Giovanni Pastrone. Ricordi.

Quest’estate ho incontrato un uomo strordinario.  L’ho incontrato per caso nella sua villa di Richiardi di Groscavallo, che è il posto dove da qualche anno mi rifugio in agosto. Ho incrociato il suo sguardo e me ne sono innamorata. Mi hanno raccontato la sua storia, e ho pensato che fosse una di quelle storie che aspettano di essere raccontate.
Una villa liberty circondata da uno splendido parco con fontane, statue classiche, vetrate colorate,  panchine nascoste sotto pini e castagni secolari. Una Villa di montagna con i portoni intarsiati, si capisce che deve essere stata meravigliosa un tempo. Un capolavoro dimenticato.
Ora provate ad immaginare quest’uomo distinto, con panciotto, bastone e cappello, lunghi baffi neri, la fronte alta e corrucciata, lo sguardo severo, uscire dal portone di questa villa, nell’aria frizzante di una sera di fine agosto. Immaginatelo chiudere alle sue spalle il cancello e incamminarsi lungo una strada in salita, il bastone leggermente sollevato, un libro sotto il braccio, lo sguardo dritto davanti a se.  Se riuscite a vederlo, salire lentamente verso la fine della valle, vedrete anche sullo sfondo un ghiacciaio maestoso, quello della Ciamarella. Intorno solo prati, e montagne, qualche baita, sulla sinistra corre la Stura appena nata. È una giornata limpida di fine estate, il cielo terso e blu.

L’uomo passa accanto, senza guardarlo, ad un grande uovo di cemento. Un capriolo lo spia. È il 1919.

L'uovo di cemento di Richiardi pobabilmente costruito dal regista spagnolo Segundo de Chomon nei primi anni del '900Quest’uomo, nato nel 1887, ora, mentre esce da quel cancello e cammina verso altezze sconosciute, non ha ancora quarant’anni e ha già dietro di sé una storia immensa, che non ha più voglia di raccontare. Immensa, dimenticata e muta: come il suo capolavoro. Come lui.

Immaginate quest’uomo bambino, figlio di un commerciante di Asti, seguire le aspirazioni del padre e, sul finire dell”800, studiare con piacere la matematica e anche la musica, diventare ragioniere, costruire strumenti e casse armoniche, che la musica e la matematica sono sorelle. Immaginate questo ragazzo appassionato di opera lirica, di volo, di arte, abbracciare suo padre, che gli ha appena dato duecento lire e il permesso di andare a Torino, perchè anche se lo vorrebbe nel suo negozio sa che quel negozio a quel ragazzo sta stretto.  Immaginatelo ventenne sposarsi, trasferirsi a Torino e guadagnarsi con la diligenza e la determinazione di una ragazzo di provincia il suo posto di contabile. Ora, immaginatelo accendersi di una passione nuova per un’arte appena nata che ancora non era arte, o non sapeva di esserlo: “la macchina che popola di fantasmi il bianco lenzuolo”. Quel ragazzo affascinato e ipnotizzato, intuisce prima di chiunque altro che quella macchina “susciterà passioni, evocherà lontananze favolose, glorificherà la bellezza, farà ridere, piangere, rabbrividire milioni di persone”.
Quest’uomo, che vedo camminare solo e severo verso altezze sconosciute, è Giovanni Pastrone, un artista, un imprenditore, un uomo colto, determinato e “pazzo” che non avremmo dovuto dimenticare e che forse siamo in tempo a riprenderci. Giovanni Pastrone è conosciuto in tutto il mondo per il suo capolavoro, il primo vero colossal della storia del cinema: Cabiria. Gli addetti ai lavori lo ricordano per la sua straordinaria e prematura capacità di approfondire, con le risorse tecniche del cinema, i trucchi, le dissolvenze, il montaggio alternato, i movimenti nello spazio, per essere stato il primo ad usare la luce come strumento creativo, il controluce e il chiaroscuro per inventare spazi, per aver inventato e costruito una macchina da presa in grado di dare tridimensionalità e di muoversi con regolarità sulla scena che ha rivoluzionato il cinema: il carrello.
Nel 1914 il cinema, neonato, non era considerato arte: quel ragazzo, figlio di un commerciante di Asti, con determinazione, visione e talento, riesce a dimostrare il contrario. Per farlo chiede e ottiene la collaborazione e la benedizione di Gabriele D’Annunzio (più interessato al denaro che all’arte nuova), che paga con l’anonimato ma che consente a Cabiria di cambiare la storia del cinema. Quest’uomo da solo riesce a dimostrare al mondo intero che il cinema era arte, poesia. Lui lo racconta così.

Poster di Cabiria

Mentre lo vediamo camminare di spalle verso il ghiacciaio, solo, la fronte corrucciata, Giovanni Pastrone ha 36 anni e, con la stessa determinazione e radicalità con cui l’aveva intrapreso, ha appena deciso di abbandonare il suo sogno. L’esplosione della prima Guerra mondiale, l’aumento del costo della celluloide, l’istituzione dell’UCI, alcune delusioni, la malattia, chissà cos’altro: Giovanni Pastrone chiude prematuramente e definitivamente con il cinema. Anni più tardi, ad un giornalista, dirà “Il regista di Cabiria non esiste più, è morto molto tempo fa”.
Si dedicherà alla famiglia, si ammalerà, farà ricerche ed esperimenti di medicina, costruirà una macchina in grado di colpire le cellule tumorali, guarirà da un tumore al fegato, impiegherà il suo genio in altre imprese che forse varebbe la pena raccontare. Non vorrà più essere ricordato come l’uomo che ha rivoluzionato il cinema. Ma per tutta la vita porterà i segni della cicatrice che si era procurato per realizzare il fuoco della scena dell’incendio del tempio di Moloch in Cabiria, con dell’esplosivo fatto arrivare dalla Germania.

Ci sono molte cose che non sappiamo di quest’uomo che ha saputo meravigliare il mondo. Dicono che si sia eclissato con ‘ascesa del fascismo, ch abbia protetto degli ebrei, che abbia fatto delle scoperte in medicina, che quell’uovo di cemento accanto alla villa sia in qualche film andato perduto.

Forse il momento di ricordare quel ragazzo che camminava verso altezze sconosciute è arrivato. Il momento di riguardare i suoi film cent’anni dopo, di ricostruire il ritratto e la storia di un personaggio poliedrico e affascinante, di raccontare quella dimensione eroica del vivere che oggi sembra cosí lontana. Nel bellissimo film Hugo Cabret, Martin Scorsese racconta magistralmente una storia molto simile, bellissima: quella del regista contemporaneo di Pastrone George Mèliés. Non so se i due si conoscessero personalmente, sicuramente ognuno conosceva l’opera dell’altro. Hanno entrambi lavorato con un altro grande pioniere della storia del cinema: il regista spagnolo Segundo de Chomon
Se Mèliés, dopo essere stato dimenticato, dopo aver bruciato tutto, è stato ritrovato, riconosciuto e ringraziato, per Giovanni Pastrone le cose non sono andate così. Lo racconta bene Giorgio Bocca nel 1959, quando Pastrone muore.

Oggi Cabiria non è disponibile in dvd con le didascalie in italiano, quelle di D’Annunzio. Eppure c’è ancora, accanto alla villa, chi l’ha conosciuto. C’è ancora chi conserva gelosamente un ricordo vivo e prezioso di Giovanni Pastrone, non solo come intellettuale, imprenditore, artista, ma anche come uomo riservato, generoso, deluso.
Una di queste persone è Maria della Lepre, di Richiardi, che mi ha parlato di lui e della famiglia Pastrone con una luce di gioia negli occhi, ma anche di rimpianto per tutte le cose preziose che sono andate perdute, per il ricordo che sta scolorendo, per quello che avrebbe potuto essere e non è stato.
Ma forse, c’è ancora la possibilità di rendergli quell’omaggio che avrebbe meritato in vita. Forse, il modo più bello di rendergli quell’omaggio, è riportare lì, nella sua villa, i suoi film: Cabiria, Maciste e gli altri. Far rivivere in quel parco dove le fontane dormono abbandonate, i ricordi, le letture, le conversazioni, i pensieri, il lavoro al quale ha dedicato la parte più preziosa della sua vita e al quale molti registi che l’hanno seguito devono tutto. Forse, con l’aiuto delle persone che l’hanno conosciuto, dei suoi nipoti, del Museo del Cinema, che ha restaurato molte delle sue opere e conserva preziosi documenti, forse, a cento anni dalla prima di Cabiria, ce la possiamo fare a raccontare questa storia. Perchè è una di quelle storie che meritano di essere raccontate.

A quanto mi risulta non esiste una riproduzione in dvd di Cabiria con le didascalie originali di D’Annunzio in italiano.

Seguono alcuni estratti di articoli dell’epoca.

“Gli schermi conobbero subito una luce di poesia alla quale non erano adusati. Il pubblico ne fu conquistato e la grande massa dei cinematografisti sospese per un momento il suo chiacchierio per volgere lo sguardo, attonitamente, là donde un film parlava al suo cuore e alla sua fantasia con una eloquenza che aveva voci quasi apocalittiche. Il silenzio della novissima arte diventò supremamente fascinante. E il nome dell’artefice che aveva dato finalmente alla cinematografia un così umano contenuto di nobiltà e di grandezza poetica corse per tutte le strade d’Italia e varcò le frontiere come un campione di battaglia vinta. Piero Fosco aveva, infatti, vinto una battaglia. La prima. E la più difficile»

«Ed ecco che, d’improvviso, le nere ribalte videro farsi innanzi un uomo e con lui un’opera che, fracassando ogni formula consueta e stritolando ogni cliché abituale, portavano di colpo la cinematografia verso altezze sconosciute” (G. Lega, “La Rivista Cinematografica”, a. IX, n. 18, 30.9.1928)

«Il ben noto dizionario di Webster si dimostra di inadeguata miseria quando si tratta di descrivere Cabiria, proiettato ora al cinema Illinois di Chicago, stupendo film presentato dalla Itala Film di Torino, Italia, la cui storia scaturisce dalla penna di Gabriele D’Annunzio. Si rimane seduti ammaliati per gli interi tre atti e i cinque episodi necessari allo svolgersi della storia e quando cala il sipario alla fine si è ammutoliti per l’ammirazione, giacché mai prima ai frequentatori abituali del cinema era stato offerto un tale enorme trionfo dell’arte della pellicola cinematografica, mai erano stati contemplati tali panorami maestosi dispiegarsi dinanzi agli occhi, mai erano state viste tali spettacolari battaglie o si era stati testimoni di allestimenti scenici più imponenti. Cabiria è l’ultima novità in campo cinematografico – rappresenta il massimo oltre cui per ogni produttore sembra impossibile andare – se è consentito appropriarsi di una parola o due tratte dal lessico dei signori Barnum e Bailey, è “il più grande film del mondo”.
Questo trucco del regista nello spostare la cinepresa appare il più sorprendente e apre molte nuove possibilità per le pellicole cinematografiche. Prima d’ora quando la cinepresa si spostava da un punto di vista a un altro si era sempre ritenuto che fosse necessario fermarla e cominciare una nuova scena nella seconda posizione, ma quando si riesce spostare l’apparato per le riprese in maniera così astuta come fa il regista dell’Itala, senza provocare alcun tremolio o sforzo all’occhio, è di gran lunga preferibile adottare il metodo utilizzato in Cabiria. L’impressione che se ne cava è di essere stati noi, proprio noi, a spostarci da una parte del tempio a un’altra, e l’effetto non è solo più convincente e realistico, ma aiuta anche il pubblico a imprimersi nella mente la collocazione degli oggetti. Le scene che raffigurano l’eruzione dell’Etna toccano il sommo della meraviglia, ed esse da sole farebbero di Cabiria un film straordinario, ma quando si viene condotti nella città di Catania e si vede la terra aprirsi proprio davanti agli occhi, i lapilli del vulcano che cadono tutto intorno, e infine si è testimoni dello sbriciolarsi di enormi edifici, della caduta di colonne superbe e del crollo di strutture gigantesche, ci si sente senza parole per la meraviglia.

“Motography”, Chicago, 11.7.1914).

In Cabiria (…) la pittura, l’architettura, la musica, il teatro si fondono nella nuova macchina del cinema per offrire alle platee stupefatte del mondo intero la luccicante versione novecentesca del più grande progetto artistico di fine Ottocento: l’opera d’arte totale» (Silvio Alovisio).

 

p.s. Quello che so di Giovanni Pastrone lo devo a Pierluigi Zanchetta (che per primo me ne ha parlato nell’ultima chiacchierata della sua ultima estate), a Paolo Cherchi Usai (che dedica un capitolo alla biografia di Giovanni Pastrone nel suo bellissimo libro “Gli anni d’oro del cinema a Torino), a Maria Teresa Serra e alla Signora Maria della Lepre di Richiardi, che l’ha conosciuto e che ha generosamente condiviso con me i preziosi ricordi di un’amicizia durata una vita.  E un grazie particolare a Carla Losero, lei sa perchè.

 

“Sull’altissima vetta della perfezione c’è posto per la matematica e per la poesia. La tecnica piú severa non è che l’anticamera indispensabile dell’arte piú spregiudicata. Un calcolo infinitesimale può avere la bellezza di un endecasillabo” Giovanni Pastrone

Comments
7 Risposte to “Giovanni Pastrone. Ricordi.”
  1. Giovanni Pastrone ha detto:

    Il suo delicato e appassionato articolo ha riportato alla mia mente tanti ricordi e mi ha commosso. Grazie.

    • Antonella Peschechera ha detto:

      Grazie per averlo scritto. Questo, per me, fa davvero la differenza. Se ha voglia di raccontarmi di suo nonno, io ho voglia di ascoltare. I suoi ricordi sono preziosi.

    • Claudia Nicolino ha detto:

      Bellissimi ricordi, bellissima casa, peccato i tempi recenti l’abbiano privata del fascino misterioso che noi abbiamo assaporato ed ammirato.
      Indimenticabile Pierluigi, ragazzo e uomo meraviglioso con cui ho trascorso giorni spensierati nella bellissima Val Grande, lui a Migliere ed io a Richiardi, dove, quando mi sento chiamata, torno per ritrovare un po’ della serenità dei tempi lontani ma ancora vividi nella memoria e nall’anima

  2. Edoardo Perna ha detto:

    Un articolo estremamente commovente. Credo che per nessun motivo bisognerebbe dimenticare l’arte che Giovanni Pastrone ci ha lasciato.
    Dovremmo ricordarci che se l’italia vanta tali capolavori (capolavori mai eguagliati oggigiorno) è in parte grazie a lui.
    Sono molto felice che ,nonostante non sembri così, molte persone si ricordino della sua opera.
    Non dimentichiamolo mai: il cinema è quello che è grazie a lui.
    Grazie. Per questo magnifico articolo.

  3. Fred ha detto:

    Bellissimo articolo, grazie, grazie, grazie!
    Non so se hai visto la proiezione di Cabiria che venne fatta nel 2006 al Teatro Regio di Torino dopo il restauro del film. All’epoca venne detto che sarebbe uscito il doppio DVD con la versione lunga del 1914 e quella sonorizzata successiva.
    Nella sede/archivio del museo del cinema di via Serao a Torino queste due versioni restaurate dovrebbero essere disponibili in DVD. Non sono mai riuscito a vederle perche’ gli orari sono proibitivi per chi lavora, e rendono praticamente impossibile fruire di questi materiali meravigliosi (non solo Cabiria, ma molto altro).
    Una delle poche volte che ci andai, chiesi perche’ il DVD non fosse mai uscito. Mi venne risposto che “pare che ci siano dei problemi di diritti” (!?!). Mah…
    Se hai altro materiale su Pastrone, ti prego, pubblicalo (ovviamente se puoi).
    Ciao
    Federico

  4. Luigi Maria ha detto:

    Fra le molteplici notizie fornite circa le opere del personaggio, è sfuggito che predispose il tuttora utilizzato standard del setter inglese.

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