Pinin. Un ricordo

“Eravamo, sai, come si dice… tutti per uno, uno per tutti”  dice la Pinin con le mani una nell’altra e stringe un pugno. “Eravamo una famiglia, con tante madri, tanti  padri poi noi: tanti, tantissimi bambini. E ci si aiutava, non come adesso che la famiglia, non c’è più”.

Nelle case di ringhiera le persone si guardavano, si spiavano, vivevano insieme, si aiutavano. Condividevano il ballatoio, il bagno, i panni stesi, la vita. La Pinin era nata in questa casa nel 1912, e qui è rimasta per tutto il Novecento: era qui, appoggiata a questa ringhiera, quando è scoppiata la Grande Guerra, era sempre qui quando è arrivata una guerra ancora più grande (che le chiama questa Guerra), era qui quando hanno inventato la televisione, quando un uomo è sbarcato sulla luna.

La Pinin non aveva figli, nipoti, cugini, e di tutti quei bambini che giocavano con lei, nel cortile e nella piazza, è rimasta l’ultima. Ma la Pinin aveva una teoria tutta sua sulla solitudine e diceva che non è mai stata sola. Primo perché i morti che uno ama non muoiono (come scrisse un amico poeta) e quei ritratti che le sorridevano dalla credenza le facevano davvero molta compagnia. E poi perché instancabile ha seminato amore, ed era circondata da amici, figli e nipoti di amici,  che la cercavno, e non la lasciano mai. Gli occhi vivaci, l’appartamento piccolo, stipato di cose, la  camicetta candida e gli orecchini  di perle antiche. La Pinin era un fiume in piena, e ascoltarla era una gioia:

“No no, alle scale sono abituata, non mi sposterei, mi piace stare qui. Beh se avessi una famiglia sarebbe diverso, ma io vivo sola e se andassi via di qui morirei di tristezza. Il padrone di casa mi ha proposto di spostarmi al pian terreno. Ma ti immagini svegliarsi al mattino e trovarsi di fronte un muro? No, no. Grazie. Io sto qui, esco sul mio ballatoio, e vedo i tetti della mia città! E gli uccellini la vita. E poi guarda che vista, da qui si vedono tutte le chiese di Casale: Santa Rita, Santo Stefano, la torre del Campanile  e il Duomo. Ah, se ti dico che suono avevano le campane del Duomo prima della Guerra. Erano un concerto. Poi le hanno dovute fondere, per farne palle di cannone…

Questa guerra è stata una cosa… diversa dall’altra. Io sono quasi morta di fame, Non c’era niente. E stavo qui e là vedi, verso il fiume, vedevo passare le bombe, sembravano.,. sembravano dei grappoli d’uva… anzi no dei grossi caschi di banane. Capisci? Mi spiego? Quanti morti! E quando è finita hanno avuto il coraggio di festeggiare. La sera ballavano! Ah no, non c’era proprio niente da stare allegri. Quando è finita l’altra guerra, la prima, è stato diverso. La gente piangeva.

C’era una piazzetta qui vicino e andavamo noi bambini li a giocare con i carretti, e i cerchi. E se ci penso… se ci penso che sono rimasta l’ultima… Vedi? Quello è mio fratello, suonava il violino. E quella è mia madre. Bella eh? Quel cuore sacro c’e l’ha regalato una famiglia ebrea che abbiamo tenuto nascosta, c’è dietro scritta dedica. Quando c’è stata l’epidemia di cinese ha curato tutti i malati di questa casa, e ne io ne lei ci siamo prese niente. Il destino. Io sognavo di fare la maestra d’asilo. Mi sono sempre piaciuti i bambini, questa casa era sempre piena di bambini. La Raffaella del piano di sotto l’ho cresciuta io. Veniva qui e si metteva in balcone a cantare mentre cucivo. Sono sarta, come mio padre. Scusate…. è che mi piace parlare. Per quello son contenta quando gli amici mi vengono a trovare, e se non vengono esco io a cercarli. Vi annoio?”

La Pinin avrebbe compiuto cent’anni tra un mese, e sarebbe stata una meravigliosa maestra d’asilo. Capiva i bambini al volo, e non voleva che la baciassero, diceva che era troppo vecchia, e i bambini si spaventano. Ha tenuto tra le braccia in collegio la bisnonna  dei miei bambini. E ce lo raccontava sempre, come fosse ieri. Mia suocera andava a trovarla ogni giorno, ad alimentarsi dei suoi ricordi.
Dobbiamo andare, la Pinin scende con noi una rampa di scale per salutarci e si ferma su un balconcino dove due gatti, uno bianco e uno nero, dormono.
A guardarla lassù, dal cortile, mentre ci saluta con un gesto della mano e sorride, penso ai “poeti che non sanno di essere poeti”. Penso che sanno finendo le persone come lei e che dovremmo riprendere a costruire case di ringhiera.
“A domani Pinin.  Se hai bisogno di qualcosa… frutta, verdura…” le urla mia suocera dal cortile

“No, grazie”

“Sicura Pinin? Non hai bisogno di niente?”

“Mah sì, se ci sono delle rape, e un limone”

“Rape e limoni, va bene. Ci vediamo Pinin”. Annuisce, sorride appoggiata alla ringhiera e le lancia un bacio.

Io mi tappo la bocca per non gridare: “E una nipote no Pinin? Una nipote non la vuoi? Sicura? Rimango qui, non ti do fastidio, ti aiuto a cercare quelle fotografie che non trovi più, ti aiuto a fare le pulizie, ad accendere la stufa, e tu mi racconti le storie dei tuoi morti che ti sorridono dalla credenza. Eh Pinin?

Rape e limoni allora. Ci vediamo Pinin!

(Pinin 9 luglio 1912 – 29 maggio 2012)

 

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    Comments
    3 Risposte to “Pinin. Un ricordo”
    1. paola scrive:

      Rivedo la mia nonna in Pinin. Ciao Nonna…vi vediamo.
      Brava, bel post.

    2. Paoletta scrive:

      :*)

    3. littleelo scrive:

      Che bel post, sapessi quanto mi ci ritrovo nelle sensazioni che emrgono da queste parole! Hai ragione, bisognerebbe ricostruire quelle grandi comunità che erano le case di ringhiera!

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