Intervista immaginata a Cesare Pavese

Ora mi sembra lontanissimo, ma c’è stato un tempo in cui vivevo nei libri. Mi innamoravo di uno scrittore, leggevo tutto quello che riuscivo a trovare, vivevo intensamente quella storia d’amore e poi mi innamoravo di qualcun altro. Ho avuto molte storie, poi sono nati i miei figli.

Quest’intervista immaginata viene da quel periodo lì. Le domande sono mie, le risposte brani originali tratti dai suoi libri o dalle sue lettere.

 

Intervista immaginata a Cesare Pavese
Lei ha scritto che quando leggiamo non cerchiamo idée nuove ma conferme a pensieri già nostri.

È così. Ci colpiscono le parole che risuonano in una zona già nostra. Quando accade sentiamo un brivido lungo la schiena e siamo, per un attimo, meno soli.
Ho cominciato a leggere da ragazzo per riempire il vuoto lasciato da mio padre e non ho mai smesso di cercare nella letteratura quella guida, quella bussola che non avevo.

 

Cesare Pavese come David Copperfield?

Ha-ha sì. Altro celebre orfano salvato da Tom Jones, Don Chisciotte, Robinson Crusoe: essi “Tennero in vita la mia fantasia e la mia speranza in qualcosa al di là di quel posto e di quel periodo. Essi erano il mio unico e costante conforto”. Perciò lo tradussi e tremo al pensiero che altri possano provare lo stesso brivido leggendo quel che io scrivo.

 

Lei ha tradotto molto. Cos’è “tradurre”?

Tradurre è una forma timida, generosa e attenta di scrivere seguendo parole altrui.
Tradurre, come scrivere, è una vocazione. È rompere per un attimo l’isolamento. Tradurre, ancor più di scrivere, è servire con dedizione, spirito di sacrificio, umiltà.

 

Ricordo una sua lettera in cui esorta a servire con umiltà, a “donarsi” in risposta al senso d’isolamento e insoddisfazione.

Fernanda Pivano era giovane, appassionata e insoddisfatta. Le scrissi che occorre andare verso gli altri, umiliarsi e servire: è l’unico antidoto alla solitudine. Donarsi vuol dire rispettare se stessi, passare la giornata a crescere le proprie forze, la propria anima e cultura per farle servire a qualcosa. Questo è tutto. Accolga la predica.

 

Lo farò. Nel suo romanzo d’esordio sono già racchiusi i temi a lei cari, che non abbandonerà più: la sua terra, l’amore, la vita, la morte, le radici, la solitudine.

Non so scrivere d’altro. Le mammelle-colline di Paesi Tuoi sono state il mio paradiso, i miei mari del sud. È lì che torno ogni volta che scrivo e riprendo la mia infanzia al punto in cui l’avevo interrotta.

Ritorno all’infanzia?

Alla pura meraviglia, lì è tutto il destino di un uomo.

 

Il tema della morte è una costante nei suoi scritti. Perché?

Si scrive contro la morte. Perché la vita ha una fine facciamo il possibile per riempirla, essere felici. Ma le mele di Gisella parlano e profumano di lei anche dopo la sua morte. Lo stesso accade ai poeti. Aver scritto qualcosa ti lascia come un fucile sparato ma ti salva la vita. Scrivere è come dire: “Ecco una mela: fatene ciò che volete, mangiatela, sputatela o lasciatela marcire, ma ricordate che c’è un uomo dentro”.

 

Eppure lei non è soddisfatto del suo bel cesto di mele

L’insoddisfazione è la molla prima di ogni scoperta poetica. E’ ciò che mi ha spinto a cercare sempre nella scrittura un ordine. No, non sono soddisfatto.
Per tutta la vita ho seguito con ostinazione e disciplina la mia vocazione. Che sarei diventato bravo nel mio mestiere, dare poesia agli uomini, questo mi pare d’averlo sempre saputo. Ma ho fallito nel mestiere che un uomo dovrebbe apprendere prima d’ogni altro.

…….

Il mestiere di vivere.


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